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IN CUOR MIO LA POESIA C’E’!

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INTERVISTA A FRANCA RIGHI

Prima parte.

Franca Righi è una delle più note e apprezzate poetesse italiane, è nata nel giorno di Natale del 1952 a Correggio, dove vive. Fino a qualche anno fa svolgeva una delle professioni più interessante di questo tempo: il lavoro nella storia, nei libri e negli archivi della Biblioteca Livi dell’ex O.P. S. Lazzaro di Reggio Emilia. Anche oggi, seppure in meritata pensione, non ha mai lasciato veramente quei luoghi così importanti per lei; le richieste di collaborazione non mancano,  anzi continuano ad arrivare, svolgendo conferenze o presentazione di libri, ed è sempre molto interessante ascoltarla. 

Reggio Emilia, Museo di Storia della Psichiatria

Era tempo che non incontravo Franca Righi per le strade cittadine di Correggio, non avevamo notizie da entrambi e così mi ha fatto subito piacere. Ci siamo salutati con la cortesia di sempre. Era lo scorso ottobre e pareva ancora estate, giornate chiare e temperatura piacevole, promettendoci di bere e gustarci un caffè al più presto, in uno dei tavolini distesi sotto ai piacevoli portici della città. “Ti porterò il mio ultimo libro di poesia, è appena uscito” disse, prima di allontanarsi. Aveva un’espressione serena, come chi è riuscito a riprendere il proprio cammino dopo una lunga sosta, la stessa che ci ha visti tutti coinvolti in quest’ultimo anno.

Franca Righi pubblica la sua prima raccolta di versi dal titolo:  Percorsi candidato al Premio Rimini Poesia, Ed. Rebellato 1983;

Stagioni d’amore esce con Ed. Lalli 1987;

Cerchi nell’acqua è la raccolta successiva –Editore Del Leone 1992;  

Orizzonti affamati – Ed. Dea Cagna 1996;

Il poema dell’anima –Ed. Libro Italiano 2004;

Destinazione poesia. “Viaggio di sola andata per cuori inesauribili” – Ed. L’autore Libri, 2007;

Statale 148 Pontina -Edizione Tracce, 2008; 

L’ultima stella  -Edizioni Ensamble, 2018; 

In Cuor Mio è l’ultima raccolta in libreria. – Edizioni Ensamble, 2021. 

Ci sembrava respirare una vita normale in quel mese di ottobre, anche se è stato difficile in verità, lunghi mesi precedenti ha visto la nostra società privata dello strumento della relazione umana. Volgere un nuovo sguardo alla propria interiorità, di ciò che è entrato e di ciò che ne è uscito -il bene e il male, che ha diviso, sporcato le coscienze da una parte, riemergere recuperando una nuova anima ed etica dall’altra, ricostruendo le proprie sicurezze umane. Ma una nuova pagina della propria vita non sarà facile.  Ci siamo allontanati dalle relazioni, rifugiati da tutto ciò che si apriva al mondo. 

La poesia ci salverà? E’ la prima domanda che farò a Franca Righi,  perché al telefono non ha avuto tentennamenti quando gli ho chiesto un’intervista sulla poesia, e presentarci l’ultima raccolta, In Cuor Mio, appena uscita dall’Editore Ensemble nel 2021.  Sapevo anche che dovevo mettere ordine nella mia biblioteca per ritrovare i sui libri, sistemarli sulla scrivania, e scegliere quali argomenti affrontare. 

Franca invece mi vuole parlare per prima l’ultima conferenza tenutasi a Reggio Emilia e a Correggio ( avvenuta il 2 ottobre 2021), con la presentazione del libro “Il segno della pandemia” con gli autori Piero Benassi e Stefano Mazzacurati. Interventi di Elisa Pellacani e di Franca Righi.

Il suo intervento: Pandemia Poesia. Diverse ragioni l’hanno portata a parlare di POESIA, un contesto diverso dagli interventi concentrati sulle dinamiche del fenomeno da analizzare.

Domanda: Il tuo intervento è stato molto apprezzato; tutti gli argomenti trattati di questa conferenza riguardavano la ricerca e la scienza sulla Pandemia; tu hai ritenuto che la poesia è ancora più determinante, anzi fondamentale?   

Io PARLO DI POESIA.  E assumo un punto di vista interiore  interrogandomi sugli effetti che ha avuto e sul perché ci siamo arrivati;   vedi la fiducia nella scienza medica nella convinzione che abbia risposte certe, mentre i fenomeni complessi ci obbligano a dire che niente è sicuro e bisogna interpretare; vedi la fiducia nel progresso che ci fa credere che le risposte arriveranno di sicuro e che i problemi si risolvono con una buona organizzazione e un po’ di efficienza.   Non è così! le risposte vere sulla vita, sul senso della vita non arrivano da fuori!  da qui l’importanza di sviluppare una coscienza nuova che faccia spazio alla spiritualità per bilanciare la tracotanza e  il materialismo ossessivo del nostro tempo.  La spiritualità come un sapere diverso, più profondo e fecondo perché ci fa riscoprire la bellezza, la vita, lo stupore. Ecco perché la poesia!  

Gli chiedo subito se posso pubblicare il suo intervento. Lei mi risponde di sì, e posso dire con certezza che è così interessante che lo pubblico con molto piacere.

LA POESIA CHE C’ERA, C’E’ E CI SARA’- L’esperienza del Laboratorio di Scrittura creativa del CSM di RE e i distretti di Correggio e Scandiano. 

Franca Righi, Correggio, Cortile del Palazzo Principe. Presentazione del libro “Il Segno della Pandemia”

IL PASSATO

Nacque quasi 20 anni fa,  nel 2003 , su proposta di un amico psichiatra, come una opportunità riabilitativa per pazienti in carico al CSM di RE. All’inizio non esistendo linee guida fummo costretti ad inventarci un modo tutto nostro di stare insieme sapendo che, per pazienti socialmente impoveriti, si trattava innanzitutto di costruire una motivazione ad affrontare situazioni nuove che desse loro il piacere di sentirsi meno soli, ma gli obiettivi del progetto erano tanti e diversi: condividere emozioni, favorire la socializzazione e la coesione di gruppo, stimolare riflessioni su temi aderenti al loro mondo incentivando la curiosità alla lettura, agevolare i ricordi delle esperienze fatte. Tanti. Partì così il Laboratorio, con 12 pazienti , i più interessati alla letteratura. Due anni dopo il numero raddoppiò e si convenne di formare due gruppi. L’attività piaceva, non costava nulla, perché non provare? Se ne parlò fra operatori e  9 anni dopo venne estesa ai distretti di Correggio e Guastalla(solo per 1 anno), poi, dal 2019, a Scandiano. Da allora ad oggi sono quasi un centinaio coloro che hanno frequentato anche temporaneamente il laboratorio. Uomini e donne giovani e meno giovani, laureati e non. La selezione avviene tuttora in base alle motivazioni dei singoli partecipanti e alle condizioni psichiche e con gli operatori referenti dei singoli pazienti vengono fatte mensilmente riunioni di sintesi. L’attività si svolge, da sempre, a cicli di 7/8 incontri di un’ora e trenta ciascuno una volta la settimana, in genere in primavera e in autunno. Per lasciare memoria di ciò che si è fatto, al termine di ogni ciclo gli elaborati vengono trascritti al computer e consegnati in forma di antologia ai singoli partecipanti. In occasione di feste canoniche o di quartiere, quando possibile, o durante la Settimana della salute Mentale si realizzano anche letture pubbliche.[1] 

All’inizio la sede era la biblioteca di Ospizio, poi la S.Pellegrino, infine, dal 2012, la Biblioteca Livi : è lì che col gruppo di RE e Scandiano ci incontriamo; mentre con il gruppo di Correggio, è il grande atelier attiguo al CSM. In entrambe le sedi  ci attende un grande tavolo intorno al quale, ognuno con quaderno e biro, si cimenta a scrivere. Fondamentale è la presenza di 1 operatrice, utile come osservatrice e , se necessario, come aiuto a scrivere ciò che i pazienti dettano sottovoce. E’ un’ attività tra le più seguite e piace perché, come insegnano le tecniche narrative – così diffuse come approccio umanistico alla sofferenza – scrivere di sé è un importante strumento di recupero e valorizzazione della soggettività. Non si scrive per passatempo. Si scrive per il bisogno di raccontare incontri, eventi, ricordi della propria vita tentando di darle un senso. E’ come mappare un viaggio che aiuta a fare chiarezza, a pensare e valorizzare luoghi, persone che negli anni cadrebbero nell’oblio. Soprattutto quando la sofferenza incalza, in quei momenti la scrittura bussa al cuore, come se chiamasse. Allora uscire dalla solitudine è importante e si dà voce ad emozioni che non si riuscirebbero a dire oralmente o che non si conoscevano. Perché la scrittura può essere una scoperta e un piacere. Scrivere in gruppo, poi,  è una esperienza che va oltre il semplice narrare se stessi. E’ il desiderio di creare relazioni, di regalare e ricevere  parole che aumentano l’autostima e, grazie ai rispecchiamenti reciproci, creano nuove realtà e nuovi legami.

Attraverso l’espediente letterario o poetico , infatti, i pazienti sanno di poter dare  liberamente “sfogo” alle emozioni e sanno soprattutto di essere ascoltati  condividendo in gruppo (questo elemento è molto importante) un modo di pensare e vivere la realtà che fa sentire meno soli. E’ gratificante! Anche i timori che accompagnavano i primi tempi: quali contenuti offrire, da dove partire e come, si sono di molto ridimensionati. All’inizio erano filastrocche, fiabe, brevi racconti, poi tanta poesia. Proponendo negli anni versi di grandi poeti ho consentito ai pazienti di gettare uno sguardo sull’interiorità e di provare, attraverso il furto di qualche metafora, a scrivere come vogliono, quello che vogliono. Così, a metà fra gioco e lavoro, il Laboratorio è diventato via via una piattaforma di sicurezza da cui spiccare il volo verso una maggiore autonomia, una specie di cantiere in cui i vissuti si intrecciano e in cui tutti sono al contempo accompagnatori e accompagnati. Tanta emozione, dunque. Perché per riallacciare i fili di questa esperienza da lì dovremo ripartire. Da me, anche. Da come ci arrivo. Oggi.


[1] Sull’esperienza del laboratorio sono comparsi articoli dell’autrice su:  La Rivista dei Servizi di Salute Mentale di Roma, 2003;  Janus n. 28/2007; Nuove Arti terapie n. 22 /2014; inoltre sono stati pubblicati  a cura dell’autrice: L’officina delle parole   stampato dalla coop. Olmo, per conto dell’AUSL di RE, 2008; Le loro anime volano dentro la mia, Ufficio Stampa AUSL , 2014;  Pensieri e Immagini, stampato col contributo dell’Ass. Sostegno m& Zucchero dal Centro L.L.Radice, Correggio, 2016; Meriggi di parole  stampato col contributo dell’Ass.Sostegno & Zucchero da Grafiche Sagi, Bagnolo in Piano 2017 ;  Sono infine state realizzati due video in occasione di letture pubbliche: la prima durante la settimana della Salute Mentale allo Spazio Gerra dal regista Scillitani; la seconda l’8 marzo 2009 alla Biblioteca Ospizio dal responsabile degli audiovisivi dell’AUSL,Sig.Guidetti. 

“21 ottobre 2017, Palazzo dei Principi presentazione del libro di Franca Righi “Meriggi di parole”
Raccolta dei Testi prodotti dal laboratorio di scrittura dei Servizi di Salute Mentale realizzato con la Proloco di Correggio e L’associazione Sotegno e Zucchero

IL PRESENTE

Il settimanale l’Espresso del 5 aprile scorso, dedicato interamente alla pandemia, mostra in copertina la foto di un volontario della Croce Rossa che, con l’aiuto di un familiare,  alza dal letto un’anziana donna per trasferirla in ospedale. LA CURA E LA PIETA’ è il titolo; un titolo che, unito alla potenza dell’immagine, ti arriva dentro e ti ferisce e ne sei così colpito che non puoi fare a meno di ricordare la sirena dell’ambulanza come un passaggio mortale che attraversa le profondità del tuo essere. Il grande dolore è sempre un passaggio mortale, anche se ti salvi. Perché il dolore irrompe improvviso e inchioda: ti senti bersaglio della sorte, ma non sai quando e se avverrà la rovina. Ce la farò? Nel dolore si fa strada la fiducia nella ripresa, ma se la vita si indebolisce ti senti al laccio e quando il futuro si chiude, è inevitabile il pensiero della morte. Queste considerazioni mi sono nate dopo aver sfogliato le pagine del settimanale e aver visto e letto tutto  quello che c’era da vedere e da sapere sulla tragedia di questi mesi.

A firmare l’articolo non è un medico, un terapeuta o uno scienziato: è un giornalista di nome Marco Damilano che ha seguito e raccolto la storia di pazienti e dei loro familiari coadiuvato dal fotografo Fabio Bucciarelli.  Le immagini  arrivano prima del testo e  gettano addosso il peso della realtà, pesante perché ci costringe a fare i conti con i nostri limiti, le nostre fragilità, le nostre paure . Anche al TG scorrono immagini, ma non hanno lo stesso potere di quelle sulla carta; così le notizie: non sono stampate come nei giornali e passano, mentre la scrittura ti blocca, ti costringe a fermarti e a riflettere: Come è possibile? che società è questa? dove stiamo andando? Viviamo in una società in cui il disagio è spesso inascoltato, allontanato, tanto più il dolore e la morte , estromessi, ben nascosti. In nome della ragione e del progresso si è corso avanti, sempre oltre,  offrendo a tutti  una risposta a qualunque problema . Così facendo si è creato, alla lunga, un senso illusorio di onnipotenza. Pericoloso. E’ vero che il progresso è fondamentale il cui pensiero trainante è :  prima o poi un miglioramento arriverà. Ne siamo certi. Soprattutto se pensiamo ai progressi della scienza e della medicina che corrono veloci e hanno soppiantato la fede in Dio: i miracoli che compiono! Anche oggi pensiamo così. Dobbiamo pensare così. Ma con uno sguardo diverso e un passo diverso. Non è vero che tutto può risolversi grazie al progresso in generale.  Non bastano un po’ di efficienza e il benessere materiale per farci stare sereni. La finanza, l’economia hanno coperto tutto, ma l’uomo non è stato programmato per vivere una corsa sfrenata al guadagno come se la vita non dovesse mai aver fine.

Abbiamo smarrito il senso di comunità, fomentato l’individualismo, abbandonato i più deboli, impoverito la dimensione etica e spirituale. Quanto può durare? Fermiamoci. Ecco la cosa di cui, a mio avviso, abbiamo grande bisogno : una  medicina dell’anima, una rivoluzione che deve avvenire dentro di noi come un proponimento a vivere in modo più umano. Questo è anche il senso del nostro Laboratorio: non ci sono ricchi e poveri, bravi e somari, tutti uguali; niente pregiudizi, niente diagnosi, niente etichette, niente a tutto ciò che incasella. Proprio perché oggi viviamo in un mondo ingiusto, un mondo assurdo in cui l’unica certezza è l’incertezza, più che mai possiamo comprendere ciò che significa vivere in modo più umano. Di questo discuteremo e ne nascerà un dibattito. Mi si dirà che questi sono grandi temi ma restano sullo sfondo perché poi, durante questo lungo “tempo libero” , solo e nel silenzio, ognuno torna alle cose che lo toccano, per es. il lavoro che non c’è, per alcuni fortunati sì, per altri no. D’accordo. Ma porsi il problema, aver capito che c’è il problema, è già un passo verso la sua risoluzione. In fondo, ognuno di noi è parte di un tutto. Io non ho l’età per fare volontariato in Croce Rossa, vivo in casa da più di un mese e quando penso a cosa farò quando tornerò al mio gruppo scrittura con i pazienti, sfoglio un’antologia, guardo dalla finestra : ecco il mondo!  la strada deserta, il silenzio, il prato fiorito, la primavera che esplode, un cane che abbaia,  il canto dei merli : un mondo che regala bellezza, luce, vita e induce a sperare che potremo godere ancora di quanto la natura ci dona,  a patto di abbandonare la volontà di dominio sulla natura che Recalcati [1]ricorda.

Sono pensieri che vengono spontanei perché mi tocca tutto ciò che vive  e, soprattutto, perché amo la poesia. Allora mi vengono in mente le grandi domande , il mistero che ci attraversa e che solo i grandi poeti riescono a dire con un’efficacia impressionante.  Ungaretti, Montale, Cvetaeva, Rilke,  Leopardi,  Lorca: (….) Dimmi Signore, mio Dio! ci sprofondi nell’ombra dell’abisso? siamo uccelli ciechi senza nidi? [2](…)    Pascoli: “(…) Ecco , sospira l’acqua, alita il vento:/ sul mare è apparso un bel ponte d’argento./ Ponte gettato sui laghi sereni,/ per chi dunque sei fatto e dove meni? [3] I poeti ci dicono che esistono significati insondabili della natura e della mente umana, movimenti di cui non si conoscono le direzioni né il senso profondo. Restiamo sospesi fra desiderio di assoluto e finitudine, certi però che una Via esiste anche se non ne vediamo la fine. La poesia è dunque importante perché scava nell’anima, le si rivolge e la invita a una partecipazione profonda; si spinge oltre i luoghi comuni, apre a visioni inedite: i poeti veggenti, sacerdoti dell’invisibile. Queste considerazioni non le faccio con i pazienti, non ce n’è bisogno, ma sulle poesie ci soffermiamo a lungo. Capiscono che quel linguaggio è il loro e che scrivere poesie è un modo per conoscere le emozioni, tirarle fuori, elaborarle; le emozioni più dolci, ma anche e soprattutto le più dolorose. Così non solo gli affetti più cari, i desideri, gli oggetti o i luoghi più amati, ma la malattia, la solitudine, la rabbia, persino la perdita di compagni che in più occasioni abbiamo vissuto all’interno del gruppo, grazie alla poesia, hanno sempre potuto trovare un’immagine, un verso, un modo “nuovo” di essere espresse. Tutto ciò per dire che non è vero che la poesia ha bisogno di oggetti preziosi, non è vero.

Ogni oggetto può diventare poetico, dipende da come lo guardi. E aveva ragione il prof. Masini quando diceva che non si scrivono poesie perché è di moda o è carino. si scrivono poesie perché si è umani e ciò che conta davvero, non sono solo le scienze, la tecnologia, la fisica, ma l’amore, la bellezza, l’arte. E  la poesia, più di ogni altra arte,  entra nella vita con le sue ebbrezze e le sue tempeste. Questo porterò, oltre alla mia passione per la scrittura visto, che da 40 anni tengo un diario, scrivo racconti, fiabe, soprattutto poesie sapendo che sono esperienze che si portano dietro quel particolare luogo, quel giorno, quei colori, quegli odori, quel volto, un insieme di vissuti che non saranno mai uguali a nessun altro. Ho provato a dirlo ai pazienti/poeti, ma lo sapevano già e quando scrivono e leggono si elogiano a vicenda. Con ragione: quella unicità la rende importante e anche bella perché racchiusa in una forma che cerca la bellezza. In sostanza: la poesia è una forma d’amore. Di libertà. Quali prospettive dunque per il futuro?  In modo un po’ più chiaro, oltre a quanto detto fin qui.

IL FUTURO

La prima cosa sarà scoprirci emozionati perché sarà il tempo del ritrovarsi e di sorridere riconoscendoci dietro le mascherine nello sguardo che dice quanta ricchezza possiamo comunicare. Continueremo a scrivere, corroborati dal pensiero che niente dura per sempre e se anche non ci dà pace l’aver perduto qualcuno,  la vita nel suo fluire si ristruttura da sè. Fluttueremo dal passato al futuro dando forma al ricordo di questi tempi attraverso disegni, suoni, odori e scritture imperniate su invenzioni di metafore attribuite al virus. Cercheremo parole che dicano cosa vuol dire “Attesa”.  Inventeremo storie a lieto fine o senza fine; storie che si rincorrono e danno vita ad altre storie fino a che ci si risveglia e si scopre che la vita è come un navigare da un sogno all’altro. Lavoreremo sui tempi e sugli spazi , immaginando il distanziamento come un cerchio in cui ognuno sta separato dall’altro o , chissà, il dilemma del porcospino di Schopenhauer. Continueremo  anche a leggere per mantenere viva la riflessione, per non inaridire la fantasia, per dialogare con un altro, in altri tempi e luoghi. Dante, ad es. Ci chiederemo chi eravamo e cosa siamo diventati. Tra pianti, gioie, speranze, dolori. Rimemorando anche il trauma – quando veramente tutto sarà finito – scrivendo con piccole variazioni lo stesso racconto, ognuno il proprio, sapendo che il ricordo aiuta ad  assimilarlo[4].  


[1] cfr. Robinson  p. 11 – suppl. a La Repubblica del 25/4/2020

[2] titolo della poesia : Prologo da : Libro de poemas- trad. Carlo Bo 

[3] Mare- dalla raccolta Myricae 

[4] E’ questo il senso del processo riparativo che può attuarsi solo se si ha un controllo retrospettivo degli avvenimenti, cioè la consapevolezza dello scarto tra passato (che da un lato congiunge, ma dall’altro marca la differenza) e il presente.cfr. S.Ferrari : pag. 106 :   Scrittura e riparazione. Saggio su letteratura e psicoanalisi. , Bari, Laterza, 1974. E’ uno dei testi chiave usato nella mia tesi di specialità in psicoterapia adleriana dal titolo: La funzione terapeutica della scrittura,  2012 (inedito)


L’intervista a Franca RIGHI continua con un prossimo articolo.

Giuseppe Ombrini

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